La paura in un sorriso

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<<Dai muoviti che facciamo tardi!>>

Ero sempre lì, seduta sulla solita panchina, con la solita coda da cavallo, la solita maglietta, nei soliti spogliatoi.

Mi alzai, aprii la porta, e subito intravidi il mio riflesso in quello specchio gigante. i raggi del sole penetravano dalle tende e, in penombra, vidi quegli occhi assonnati che osservavano il vuoto. Il pavimento umido mi faceva gelare le gambe.

Incrociai le mani e pensai “ed ora tocca a me, ce la devo fare, ce la posso fare, devo combattere la paura”.

Guardai quei nastri che giravano pigramente, rossi come il fuoco, talmente lunghi che accarezzavano il pavimento. Il mio resporo rimbombava nel petto, alzai la testa e la guardai.

<< Dai che ce la puoi fare, so che sei in grado di farcela!>>

Mi strappò un sorriso: la mia allenatrice riusciva sempre a farmi sorridere.

Mi ritrovai con le gambe sollevate che sfioravano terra e le mani strette in quei nastri, seduta con leggerezza come se fossi su un’altalena. Ma avevo paura, paura di non farcela, quella paura che ti blocca anche quando ti senti forte come un leone ma in realtà sei un topolino.

La musica partì, le mie gambe si sollevarono con leggerezza. Erano delicate. Si muovevano libere. Arrivata in quel punto mi bloccai: quella posizione mi faceva tremare. La paura mi assalì sempre di più. Mi sentivo sprofondare nelle sabbie mobili, mi girava la testa, vedevo tutto come il mare in tempesta, come se le onde mi affogassero gli occhi.

<< Vai! Ce la puoi fare!>>

Sempre lei, che in qualche modo mi faceva ripartire. In un secondo il mondo si capovolse e io con lui. L’aria mi penetrò negli occhi, le gambe si muovevano in contemporanea. Lasciai le mani. Le mie gambe si piegarono e “tack!” mi ritrovai ad oscillare in aria, come dei panni stesi ad asciugare. Emisi un flebile lamento, uno di quelli che ti fanno sorridere, che sconfiggono la paura.

Mi alzai, guardai il vuoto e sorrisi di nuovo. Mi sentivo forte e libera.

Ce l’avevo fatta!

Teresa.

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