L’ora del tè

E’ sera.

Il vento circonda la stupenda casa di Anna. A parte il sibilo dell’aria che penetra all’interno dello spiraglio della finestra c’è un silenzio di tomba.

La donna è seduta sulla sua poltrona preferita, davanti al camino. Riflette, immersa nei suoi pensieri: chi sarà il famigerato assassino che ha decimato la sua famiglia? Chi è mai potuto essere così spietato? Sarebbe venuta anche la sua ora?

Improvvisamente si accorge di avere sete. Abbassa lo sguardo: il tè la aspetta sul tavolino, invitante. Si accorge di essersi dimenticata lo zucchero, quindi va in cucina per procurarselo. “Ah…finalmente posso bere il mio tè” – Pensa –  Ma: “che sonno!”. Gli occhi le si chiudono, la tazza le scivola di mano e si frantuma a terra: si è addormentata.

Dei rumori provenienti dalla cucina la svegliano di soprassalto. Pensa che sia il suo gatto che ha fatto cadere qualcosa, quindi non si preoccupa. Ma si sbaglia di grosso. Una mano senza due dita. Un pugnale. Davanti al suo petto. Anna non fa in tempo nemmeno a voltarsi: ormai è troppo tardi.

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Gaspar camminava avanti e indietro per la stanza, sembrava che con i suoi lunghi passi volesse misurarne le dimensioni. E intanto rifletteva… Non c’erano testimoni in quel caso. Certo, tutta la famiglia Watson era stata misteriosamente decimata la settimana prima e lei era l’ultima rimasta. L’assassino era sicuramente lo stesso… ma che motivo aveva? Gaspar immaginava di conoscere le risposte ma non voleva giungere a conclusioni  affrettate.

Lui e Wyatt, il suo fedele assistente, avevano già scovato diversi indizi nella stanza: l’assassino portava il quaranta di piede, lo avevano intuito dalle impronte di terriccio rossastro sul pavimento, da cui avevano dedotto anche che prima di recarsi lì fosse appena stato ai giardini vicini alla scuola, l’unico posto del paese in cui era presente il terriccio rosso. Era un uomo di una certa età: un cappello grigiastro era stato ritrovato sulla poltrona su cui sedeva la donna. E che dire della tazza frantumata a terra contenente tracce di sonnifero? L’assassino aveva sicuramente creato un diversivo per versarlo nella tazza.

La vittima era morta alle 23:03 della sera prima, trafitta da un pugnale. Di quest’ultimo, però, non c’era traccia.

Ma non era abbastanza. Non per l’investigatore Gaspar, il figlio di Sherlock Holmes. E soprattutto non era abbastanza per scovare l’omicida e sbatterlo in prigione. La cosa migliore era tornare a casa, dove avrebbe avuto tutto il tempo di pensare e mettere insieme gli indizi. Il polveroso taxi giallo canarino li aspettava davanti al cancello. Era una bella giornata di primavera: gli uccellini cinguettavano, le farfalle si rincorrevano instancabilmente nel cielo azzurro mentre le api volavano di fiore in fiore. Non erano neanche a metà strada quando il taxi, su ordine del detective si fermò di colpo e Gaspar scese per perlustrare i dintorni: sentiva che avrebbe trovato qualcosa di importante. Lui e Wyatt perlustrarono ogni angolo della zona. Sul terreno erano ben visibili delle impronte. Non impronte qualsiasi: impronte lasciate da qualcuno che aveva il quaranta di piede! Pochi passi…ed ecco delle macchie di sangue, sicuramente lasciate dall’uomo; infatti, dopo che i due le ebbero esaminate attentamente, venne fuori che il sangue era di Anna.

Un altro passo in avanti. Ora restava solo da trovare una persona con tutte le caratteristiche che Wyatt aveva annotato sul suo taccuino. Il che non era affatto poco, ma l’imbattibile coppia aveva un piano: alle 3:00 in punto si sarebbero trovati al bar dello Sport, il bar preferito di Anna. Sicuramente l’omicida frequentava il locale, lì poteva aver visto la donna per la prima volta e da lì l’aveva seguita fino a casa.

Quando alle 3:00 in punto Wyatt arrivò al bar, il suo amico lo aspettava già lì. I due presero un caffè e si sedettero in attesa. Il tempo scorreva lento e nessun cliente sembrava avere le caratteristiche che stavano cercando.  il cielo, che poco tempo prima era sereno, cominciava a riempirsi di nuvole. Sconfortati, stavano quasi per andarsene quando… eccolo! Era sicuramente lui: il colore dei capelli, il numero di piede ed il terriccio rossastro appiccicato alle suole delle scarpe. Tutto corrispondeva perfettamente.  Decisero quindi di seguirlo fin dove abitava. La casa era minuscola e misera: nel giardino non c’era un filo d’erba o una foglia che non fossero completamente secchi, la porta era in legno di noce e le tende tutte tirate giù. I detective stabilirono di aspettare che fosse notte fonda e che l’uomo dormisse poi penetrarono in casa silenziosamente, senza fare il minimo rumore. Guardarono sotto la suola delle scarpe, esaminarono i suoi vestiti e verificarono le impronte digitali servendosi dei suoi guanti. Gaspar si aspettava di trovare l’arma del delitto ma non c’era! Dove poteva essere? Doveva scoprirlo.

Il giorno seguente il sospettato sentì suonare il campanello: davanti alla porta c’era un ragazzo sui trent’anni, i capelli rosso fuoco e una marea di lentiggini spruzzate sul viso, che disse di essere un lontano nipote di Anna. Ma come? La donna aveva ancora dei parenti? L’uomo cercò di sembrare stupito e contento, sprofondando in un gran sorriso ed invitandolo ad entrare. Non sapeva che in realtà il ragazzo, che disse di chiamarsi Berry Smith, in realtà era Gaspar. La casa era di sole quattro stanze, spoglia, non un quadro, un tappeto, una foto… Sulla credenza Gaspar notò un dito di polvere. Gli uomini si sedettero a sorseggiare del tè e Barry intavolò una conversazione molto interessante per cogliere il malvivente di sorpresa ed arrestarlo. Mascherato in quel modo, per il detective non fu difficile tirare fuori dal sospettato un sacco di informazioni personali. Venuta sera decise di fermarsi a dormire da lui. La cena fu silenziosa e ‘assassino si coricò presto, accusando una certa stanchezza. Poco dopo anche il suo ospite decise di andare a dormire nella camera accanto ma, prima di addormentarsi, fece scivolare la pistola sotto il cuscino.

 

Gaspar aprì leggermente gli occhi in modo da non farsi vedere. Avvertì una presenza nella stanza. Era buio pesto. Una mano senza due dita. Un pugnale davanti al suo petto. Gaspar fece appena in tempo a girarsi; la pistola sparò tre colpi. Wyatt spuntò fuori all’improvviso con un paio di manette e le strinse alle mani dell’uomo disteso a terra- Lo avrebbero portato subito alla polizia, ora avevano anche il pugnale. Pochi minuti dopo erano già lì: non ci fu bisogno nemmeno di un ulteriore interrogatorio.

“Abbiamo fatto un bel lavoro Wyatt” – disse Gaspar soddisfatto. “Questo qui è molto pericoloso e non so cosa sarebbe successo se fosse rimasto in circolazione”. Poi, rivolgendosi all’uomo che era dietro le sbarre riprese: “Hey, tu. Qual è il tuo vero nome? Come ti chiami?”  “Bob, Bob Phillips, signore” – “Perchè l’hai fatto?” – “Sono un lontano parente di Anna” – cominciò  Bob. “Sono stato io a decimare la famiglia Watson perchè se lei non avesse avuto eredi alla sua morte, l’eredità sarebbe spettata a me! Come avete visto sono molto povero! Solo ora mi rendo conto di quel che ho fatto! Mi dispiace così tanto!”. L’uomo scoppiò in pianto.

Gaspar non si mostrò molto dispiaciuto e, prima di andarsene gli sussurrò:

“Mi spiace, ma ognuno è responsabile delle proprie azioni”.

 

M.G.

 

 

 

 

 

 

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