“Veritas” – di C.T., alias Ludmilla Norby –

Il paese era addormentato ma nell’aria c’era qualcosa di strano.

Io passeggiavo con il mio cagnolino Lucky, un cane buono, bianco come la neve, con un collare nero e blu, che stava sempre con me e non mi lasciava per nessun motivo.

Lucky quella notte abbaiava e annusava senza fermarsi mai; anche lui, forse, aveva capito che qualcosa non andava.

Ero preoccupata: le gambe mi tremavano così tanto che non riuscivo quasi a stare in piedi. In faccia ero pallida: sembravo una mummia con gli occhi spalancati e le orecchie attente a captare qualsiasi rumore.

Di solito, come mia abitudine, indossavo un bracciale nero, da cui pendeva un ciondolo a forma di mano. Se lo sfioravo con un dito la mano si trasformava in un piccolo cannocchiale che io usavo per osservare di tutto e di più.

Ad un certo punto, quando mi ero un po’ calmata, Lucky mi dette uno strattone. La mano destra, l’unica cosa del mio corpo rimasta calda, si gelò tutt’a un tratto. Il guinzaglio mi scivolò dalle mani ma feci giusto in tempo a riprenderlo. In quel momento tremavo tantissimo ma non ero intenzionata a mollare la presa.Lucky correva. Correva a perdifiato ed io sembravo una pazza che in piena notte non riusciva a tenere il passo del suo cane.

Dopo più di un quarto d’ora Lucky si fermò di scatto. Mi accorsi di trovarmi in un luogo strano, talmente strano che non riuscivo a capire dove fossi.

Girai l’angolo e mi ritrovai davanti al cimitero del mio Comune.

Non ci credevo: non ero riuscita a riconoscere un luogo del mio paese!

“…strano… strano… davvero strano…”. Era l’unica cosa che riuscivo a pensare.

Appena arrivai davanti al cancello rimasi paralizzata. Guardavo gli alberi fuori dal cimitero: fermi come lapidi fredde, immobili, senza respiro. Poi guardavo gli alberi oltre il cancello, in mezzo alle tombe e li vedevo ondeggiare come se fossero stati percossi da una grande bufera.

Quel luogo mi chiamava. Era come se mi stesse dicendo: “Entra!”.

Mi sentivo confusa poi qualcosa, dentro di me, mi spinse a varcare quella soglia.

Il cancello stridette così tanto da obbligarmi a tapparmi le orecchie con le mani e mi accorsi solo a quel punto di quanto fossero gelate. Alzai la testa al cielo, un cielo grigio illuminato da piccoli puntini luminosi. Sfiorai con il dito il mio bracciale per estrarre il cannocchiale. Prima di entrare volevo salutare le stelle perchè sentivo che non sarebbe finita al meglio. In quel momento, chissà perchè, mi venne in mente che le stelle sono le persone addormentate nell’immenso sonno.

Quando riabbassai la testa il mio sguardo cadde su una targhetta minuscola e dorata che aveva incisa su di se’ solo una parola: VERITAS.

Era l’unica cosa che mi interessava scorire in quel momento: la verità.

Lucky procedeva lentemante, a piccoli passi poi si sedette sopra una tomba. Mi avvicinai a lui e, inorridita, le vidi. Due parole. Chiare ed inequivocabili. Limpide e brillanti come le stelle che avevo appena salutato.

Solo due parole: Ludmilla Norby.

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